Backup Server con Raspberry Pi

Tre sono le regole dei backup: farli sempre; farli spesso, e verificarli. Farli sempre: se oggi siete di corsa, dovete uscire, e non avete tempo di fare l’ultimo backup, ecco, potete stare certi che sarà la volta che ve ne pentirete: proprio mentre siete a cena fuori, l’hard disk saluterà per l’ultima volta questo mondo, e i vostri dati non backuppati con esso. Farli spesso: siamo tutti molto felici che tre anni fa abbiate fatto l’immane sforzo di completare un backup e l’abbiate messo da parte protetto nella bambagia, ma nel frattempo il computer l’avete usato eccome, e se il disco o la SSD vi mollano proprio adesso, il backup di tre anni fa non vi potrà restituire altro che i vostri dati fino a tre anni fa. Nulla di più. Verificarli: perché credere di aver fatto un backup è una cosa pericolosissima, specie quando scoprirete che, per qualche strana ragione, i file, da esso, non sono recuperabili, e così tutte le vostre copie di sicurezza, fatte con meticoloso rigore, si rivelano assolutamente inutili.

Ferma restando la cieca obbedienza a queste regole, come effettuare praticamente i backup è affare che ognuno si sbroglia un po’ come vuole. Io personalmente mi affido a non meno di una ventina di dischi esterni, sparpagliati tra casa e ufficio, sui quali effettuo backup con tre strategie diverse. Time Machine, su dischi locali collegati via USB, per proteggermi contro l’errore umano (file cancellato per sbaglio, modifiche incaute apportate a file, ecc.). Clone della SSD del portatile mediante SuperDuper (se preferite CarbonCopyCloner, buon per voi), su dischi locali collegati via USB, per proteggermi contro la dipartita inattesa della SSD stessa, consentendomi di ripartire in men che non si dica col sistema nello stesso identico stato in cui l’avevo lasciato. rsync di specifiche cartelle su dischi di rete, collegati via USB ad un access point AirPort.

Ora, cambiare un complesso sistema di backup non è un’iniziativa che si prende a cuor leggero, ma passa il tempo, e sarà la vecchiaia, ma se le cose non filano lisce inizio con l’innervosirmi. Le porte USB del MacBook Air, dopo soli 3 anni, stanno facendo entrambe girare le palle (che poi forse il problema non è delle porte USB, che con Ubuntu funzionano benissimo, ma di quella schifezza di Yosemite), con continue perdite di connessione ai dischi e kernel panic a iosa. E la base AirPort, ultimo modello per carità, offre una connessione piacevolmente veloce, ma non riesce a tenere i dischi collegati ad essa via USB per più di qualche ora di fila. Insomma, mi sono rotto.

Così, dopo una prima prova in ufficio, ora anche a casa ho deciso di modificare radicalmente il sistema dei miei backup, appoggiandomi sempre ad una quintalata di hard disk esterni, ma collegandoli questa volta a dei Raspberry Pi: un modello B+ prima versione in ufficio, e un modello B seconda versione a casa. Per fare questo, ci vuole un minimo di esperienza e di tempo.

Innanzitutto il Pi va installato: per i neofiti viene consigliato Noob, ma io che neofita non sono ho scelto Raspbian, perché è (credo, non ho dati a supporto di questa affermazione) la distribuzione più diffusa per il Pi, e di conseguenza quella con maggiori risorse e possibilità di ottenere aiuto in caso di problemi. Per un po’ ho accarezzato l’idea di installare Ubuntu Mate, visto che con Ubuntu (normale) mi trovo molto bene, ma poi alla fine questi Pi devono fare da headless server, chi se ne frega dell’interfaccia grafica più carina. E così, che Raspbian sia.

Una volta installato il sistema e collegatolo in rete, createvi un bell’account che metterete nell’elenco dei sudoer, e fate fuori l’account standard, altrimenti cani e porci bucheranno il vostro carinissimo server di backup con tanta pace dei vostri preziosissimi dati personali. Se il Pi lo collegate via ethernet, lo farete in men che non si dica. Se lo collegate via WiFi, con un adattatore USB compatibile ovviamente, preparatevi a dover smanettare un po’ di più, anche perché mica sempre le cose funzionano al primo colpo. Per la cronaca, questa è la configurazione che funziona a me (sì, ho due WiFi, è una lunga storia; e sì, dovete metterci il nome della vostra WiFi e la vostra relativa password, non do certo i miei dati in giro; e no, se la vostra configurazione non funziona io non so che farci, usate gurgle):

file /etc/network/interfaces:
auto lo
iface lo inet loopback

auto eth0
allow-hotplug eth0
iface eth0 inet dhcp

auto wlan0
allow-hotplug wlan0
iface wlan0 inet dhcp
wpa-conf /etc/wpa_supplicant/wpa_supplicant.conf

auto wlan1
allow-hotplug wlan1
iface wlan1 inet dhcp
wpa-conf /etc/wpa_supplicant/wpa_supplicant.conf

file /etc/wpa_supplicant/wpa_supplicant.conf:
ctrl_interface=DIR=/var/run/wpa_supplicant GROUP=netdev
update_config=1
network={
    ssid="il nome della vostra WiFi"
    psk="la password della vostra WiFi"
}

A questo punto il Pi è in rete. Facciamolo diventare un bel serverino di backup. Innanzitutto potreste aver voglia di levarvi dai piedi la necessità di dover inserire ogni volta la vostra password, specie se collegherete al Pi un disco che farete usare a TimeMachine, senza per questo compromettere la sicurezza del computer. Per fortuna non è difficile da fare, ci vuole un minuto.

Quindi, procuratevi tutti gli hard disk che servono. E un bell’hub USB con alimentatore, perché il Pi manda alle sue porte USB il minimo sindacale di corrente. Ora, gli hard disk andranno formattati. Le guerre di religione sui filesystem francamente non mi interessano, fate quello che volete. Su Linux, HFS+ (il filesystem usato da OSX) è utilizzabile, ma per potervi accedere in scrittura dovete disabilitare il journaling. Altrimenti, formattate i dischi in ext4 che va tanto bene (potete anche usare gparted, che tanto è nei repository di Raspbian, e tanto lo installerete tra 6 parole). E poi il trucco: installate netatalk, e con un minimo di configurazione sarete in grado di avere sul vostro Pi un hard disk che il Mac vedrà automaticamente in rete e userà come disco per Time Machine. Con lo stesso trucco, semplicemente senza specificare l’opzione per TimeMachine, potete mettere altri dischi da usare normalmente, montandoli dal Finder o sincronizzandovi i vostri dati con rsync (per comodità, riporto a titolo di esempio i miei file di configurazione):

file /etc/fstab (righe rilevanti):
/dev/sda1 /mnt/pi_timemachine ext4 defaults 0 2
/dev/sdb1 /mnt/music_pictures ext4 defaults 0 2

file /etc/netatalk/AppleVolumes.default (righe rilevanti):
/mnt/pi_timemachine pi_timemachine options:tm
/mnt/music_pictures music_pictures

Come vedete ci sono due dischi (ce ne sono molti di più, questi due sono di esempio), il primo usato per TimeMachine, il secondo usato per backuppare musica e foto.

Tempo di portare gli ultimi backup sul Pi, e la base AirPort che tante insoddisfazioni mi ha dato finirà in vendita al miglior offerente. Tie’.

 

Vantaggi

  • il Raspberry Pi costa un tubo;
  • se vi sentite in vena di bricolage, potete persino farvi un case in carta;
  • stando all’UPS a cui l’ho collegato, lui da solo consuma meno di 1 W;
  • ci attaccate quanti dischi volete (non dovete fare altro che aggiungere porte USB mediante hub con alimentatore), i dischi restano montati e la connessione non si perde cammin facendo; aaaaaaah, sono soddisfazioni;
  • essendo un vero computer e non un semplice router/access point, potete arricchire la configurazione: ad esempio potete farci girare sopra dei cron job che backuppano i dischi di backup o fanno tutto quello che vi passa per la testa;
  • potete metterlo sotto un UPS e configurarvelo come vi pare (disclaimer: non ho ancora provato ad effettuare la configurazione, sarà un giochetto prossimo venturo);
  • se usate la ethernet, la connessione in rete è veloce; che oggi pare che dotare i portatili di porte ethernet sia alto tradimento, ma ‘sti cazzi se la rete cablata viaggia, in confronto alla WiFi;
  • potete usarlo come server di backup per altri computer, con Windows e Linux.

 

Svantaggi

  • c’è un po’ da smanettare; ma almeno non dovete imprecare contro la base AirPort che vi disconnette gli hard disk su cui state effettuando i backup ogni 3 secondi;
  • la connessione con la WiFi non è certo un fulmine di guerra, il primo backup fatto tramite TimeMachine via WiFi può richiedere molto tempo;
  • non è un modo efficace per attaccare bottone con le ragazze.

Distinguersi. A ogni costo

Gli utenti Mac ne hanno sempre fatto un punto d’onore: sceglievano il sistema della Mela perché funzionava bene, perché non dava problemi, perché era il migliore per le loro esigenze personali o professionali. E poi, diciamocelo, ammiccava al desiderio di ognuno di noi di sentirsi speciale, di distinguersi. Di sentirsi (si può dire?) migliore. A tanto può arrivare un marketing sapiente.

Ma se ci sono stati anni in cui effettivamente il Mac, che pure di problemi ne ha sempre avuti tanti, era oggettivamente più stabile della concorrenza, più facile da configurare e da usare, meno soggetto a magagne e grattacapi, negli ultimi tempi tanto Windows quanto Linux hanno fatto passi da gigante. È dai tempi di Windows 7 che il sistema di Redmond è veloce e stabile, si aggiorna senza patemi, affronta senza difficoltà installazione e rimozione di programmi, e uptime di settimane se non mesi. Non è da meno il sistema del Pinguino, che sul mio netbook viene aggiornato ogni sei mesi dal lontano aprile 2010, che ormai supporta senza difficoltà WiFi e bluetooth, solo con qualche ritardo ancora sulle schede grafiche più recenti e (cosa più fastidiosa) nella gestione dello standby sui portatili appena usciti.

Così, OS X deve continuare a distinguersi. Perché ormai tutti i principali sistemi operativi per PC funzionano; tutti danno zero o quasi zero grattacapi; tutti sono graficamente accattivanti; tutti offrono una qualche integrazione con smartphone e tablet; tutti, diciamocelo, permettono di fare più o meno tutto, e non ci sono più vere ragioni per preferire un sistema ad un altro.

La mossa di Apple per tornare a distinguersi nel mondo PC è Yosemite. Dopo un’attesa di qualche settimana per lasciar stabilizzare un po’ la nuova versione, decido che le vacanze di fine anno e un’influenza noiosa sono una buona scusa per far fare un giro a OS X 10.10. Backup avviabile su disco esterno, tanto per stare sicuri e poter tornare indietro qualora le cose andassero male, e si procede con l’upgrade, su un MacBook Air 13″ di metà 2012. Che sarà anche antidiluviano, secondo le demenziali leggi del mercato, ma sapete com’è, fabbricare un portatile è una cosa meno banale di quanto si pensi.

L’upgrade è online, ma questo lo fanno anche Windows e Linux; no, non c’è differenza. L’upgrade è gratuito, ma questo lo fa anche Linux (e in certe circostanze anche Windows); no, non c’è differenza. L’upgrade riesce bene, ma questo lo fanno anche Windows e Linux; no, non c’è differenza. Al riavvio, il sistema ci mette pochi secondi a partire; ma questo lo fanno anche Windows (8 secondi su un portatile Asus con processore i3 e hard disk meccanico) e Linux (9 secondi sul mio EeePC con un Atom di prima generazione e una SSD); no, non c’è differenza. Al riavvio, tutto è cambiato, graficamente, di modo che tutto resti come prima, e mai come adesso i tre sistemi si assomigliano da matti l’uno con l’altro; no, non c’è differenza.

Ma Yosemite si distingue, eccome se si distingue. Deve distinguersi. Ad ogni costo. Perché appena riavviato, una cosa ti salta subito all’occhio: la velocità. Sembra di essere tornati ai tempi di MacOS X 10.0. Un bradipo con un’unghia incarnita che nuota nella melassa. Una pena. Ma ecco la trovata geniale: eliminare gli effetti di trasparenza. Ora Yosemite assomiglia molto a Mavericks, ma va anche veloce (quasi) quanto Mavericks.

Però non basta una cosetta come questa, per distinguersi. No. Meglio abbondare. E infatti c’è un’altra bella chicca. Mail non invia più le email. Troppo forte! Ci sono vari modi per cercare di ovviare al problema, compreso disabilitare l’autenticazione sicura al server di invio (tanto, chi mai potrebbe usare il nostro account per mandare spam in giro per l’orbe?), ma nel mio caso l’arcano è consistito nel cancellare l’intera cartella com.apple.mail da dentro ~/Library/Containers/. Naturalmente ho dovuto anche ricreare un po’ di impostazioni di Mail, tanto per passare un po’ di tempo in allegria.

Ma anche questo non basta, per distinguersi! One more thing, si diceva una volta. Ed ecco che Spotlight non funziona più! Beh, non è che si possa pretendere l’impossibile, Spotlight risale al 2005, ai tempi di Tiger, non è una tecnologia matura, è ancora avveniristica. Ma, per fortuna, noi utenti Apple ci distinguiamo. Due bei colpi di Terminale, e anche Spotlight torna nel suo amato splendore.

Sono molto fiero, di essermi distinto da tutti gli altri. Di aver aggiornato ad un sistema che assomiglia agli altri, ma richiede di passare mezza giornata a risolvere magagne. Di usare un sistema che non è per tutti, ma solo per chi ha le palle. Di dover fare magici riti voodoo solo per mandare un’email o cercare un file.

Così fiero, che non penso proprio che lo rifarò. Ad ogni costo.