Il telefono equo

C’è chi si riempie la bocca dicendo di essere “differente”. Dicendo che tratta i suoi dipendenti, e quelli delle aziende fornitrici o a cui affida commesse, come dei principi. Dicendo che ha a cuore le sorti del pianeta come e più di ogni altra cosa.

E c’è chi invece, molto più modestamente, cerca sul serio di fare qualche cosa. Il progetto Fairphone (“telefono equo”, potremmo chiamarlo) è un interessante tentativo non già di rivoluzionare il mondo (con tutta la buona volontà, produrre e vendere 20000 smartphone “equi” contro le decine e decine di milioni dei pezzi grossi presenti sul mercato è nulla più che una soddisfazione morale), ma di sensibilizzarlo. Lo smartphone in questione, infatti, si differenzia non tanto per le caratteristiche tecniche, che sono relativamente standard e che comunque sarebbero destinate a diventare obsolete nel giro di pochi mesi, né per il sistema operativo (Android 4.2, non certo un’esclusiva), ma per la filosofia che c’è dietro. Dalla scelta delle materie prime, per ottenere le quali si punta allo sviluppo anziché alle guerre, alle condizioni di tutti i lavoratori; dalla scelta di materiali, componenti e tecniche di assemblaggio che facilitino il recupero e il riciclaggio, alla trasparenza completa nel processo di costruzione e definizione del prezzo (325 euro, per la cronaca, allineato con la fascia media degli smartphone in commercio).

Poiché viviamo nel mondo reale e non in quello delle favole, dobbiamo renderci conto che non tutti gli obiettivi che il progetto Fairphone si prefigge sono stati raggiunti, e forse mai lo saranno. Non tutte le materie prime e non tutti i componenti sono ancora sufficientemente riciclabili o privi di elementi tossici per le persone e per l’ambiente; e non tutta l’elettronica è sufficientemente “aperta” da rispettare il motto a cui Fairpohone si ispira (“Se non lo puoi aprire, non è veramente tuo“). Ma ci si può provare. Con impegno. Con serietà. Con onestà. Riconoscendo limiti ed errori. Ed essendo consapevoli che forse 20000 smartphone venduti non saranno poi tanti, ma la coscienza a posto può fare qualcosa.

Ma la ricaduta principale di un progetto completamente aperto, come questo, non è nell’impatto economico o nella capacità di influenzare il mercato. È invece la stessa ricaduta che hanno le attività di ricerca: aprire una strada, mostrare che si può fare, produrre la cultura e la conoscenza per fare delle cose che prima non si immaginavano neppure. Perché chi per business produce smartphone sappia guardare più lontano. E chi gli smartphone li compra sappia pretenderlo.

Autori: Marco Coïsson

Marco Coïsson è laureato in Fisica, presso l'Università di Torino, ed è ricercatore presso l'INRIM, dove si occupa di materiali magnetici innovativi. Appassionato di scienza e tecnologia, di moto e di fotografia.