Ubuntu Edge: un flop?

Come era prevedibile, e come era stato ampiamente previsto, la sottoscrizione pubblica lanciata da Canonical per finanziare il proprio smartphone è andata buca: malgrado gli oltre 12.8 milioni di dollari raccolti, che la rendono la sottoscrizione pubblica via internet più ricca di sempre, mancano all’appello quasi 20 milioni di dollari, in mancanza dei quali Canonical, come anticipato, non produrrà il proprio smartphone denominato “Edge” e restituirà i soldi ricevuti.

Malgrado l’Edge avesse, sulla carta, caratteristiche di tutto rispetto, in grado di trasformarlo se non proprio in un laptop almeno in qualche cosa di simile (e d’altro canto era proprio quella l’intenzione), fin da subito l’obiettivo di raccogliere 32 milioni di dollari in un mese era sembrato irrealistico, esagerato. E infatti è stato mancato, e di molto. Sembrerebbe pertanto che sia stato tutto tempo perso, che non valesse la pena provarci, ma forse non è così.

La tendenza alla “convergenza” sta animando da alcuni anni tutti i maggiori attori sul mercato dei sistemi operativi. Ognuno affronta la questione alla sua maniera, andando un po’ a tentoni visto che un’esperienza consolidata in questo campo ancora non esiste. Apple, malgrado la sua tanto proclamata innovatività, ha scelto l’approccio più conservatore: OSX e iOS sono due sistemi operativi distinti, ancorché condividano molti dei mattoni di base, che si rivolgono a dispositivi diversi e a modi d’uso diversi. La “convergenza” sta molto dietro le quinte, in certi aspetti fondamentali dei due sistemi operativi, che però rimangono distinti: iOS non “gira” su un Mac e OSX non “gira” su un iPad, e idem dicasi per le rispettive applicazioni. Un computer, anche un Mac, e un iPhone o un iPad comunicano tra di loro mediante un sistema molto elementare e molto poco versatile, anzi addirittura fortemente limitativo, incentrato su un software di sincronizzazione tuttofare con l’inappropriato nome di iTunes. E malgrado Apple abbia cercato, recentemente, di banalizzare OSX rendendolo simile ad iOS, ad esempio mediante il tentativo di soppressione del multitasking mediante una modalità full screen penosa e largamente non compatibile con la presenza di monitor multipli (al punto che la nuova versione di OSX, quando uscirà, cercherà di risolvere questo e alcuni altri annosi problemi delle precedenti versioni del sistema operativo), la distinzione tra i due sistemi della Mela appare ancora oggi piuttosto netta. D’altro canto, con OSX largamente minoritario nel segmento dei PC tradizionali, Apple non può rinunciare all’enorme fetta di mercato rappresentata dagli utenti Windows (e Linux) per i suoi prodotti “mobili” (iPhone e iPad).

L’approccio di Microsoft, rappresentato da Windows 8, è stato nettamente più coraggioso ma, nella più tipica tradizione di Redmond, fondamentalmente deficitario nella sua implementazione. Windows 8 è uno solo, e funziona indifferentemente su PC e su tablet o smartphone. Ma sui primi ha un’interfaccia tradizionale, con tastiera e mouse e desktop e le solite cose, sugli altri ha un’interfaccia touch con le famose “tessere“. Per colmare il divario tra le due tipologie di dispositivi, i PC supportano anche l’interfaccia a tessere. Il problema è che le due interfacce non sono solo due diverse rappresentazioni della stessa realtà, sono sostanzialmente due sistemi distinti a cui capita di convivere sullo stesso hardware. In Windows 8, un’applicazione, magari un browser o un client di posta elettronica, può avere sia una versione “tradizionale” che una versione “touch”, ma esse sono due programmi distinti, non comunicanti: i bookmark del browser, o il database di posta del client, per restare coi nostri esempi, non sono condivisi tra le due versioni desktop e touch, ma separati. Avere un PC con Windows 8 è esattamente come avere un PC con Windows 7 e un tablet con Windows Phone 7, nessuna differenza. Vi risparmiate il costo dell’hardware del tablet, ma i due sistemi sono fondamentalmente distinti e vi tocca mantenerli sincronizzati. È uno dei motivi principali per cui Windows 8 ha ricevuto un’accoglienza così fredda, malgrado abbia costruito la sua architettura sulle fondamenta dell’ottimo, e largamente apprezzato, Windows 7.

Da questo grande gioco Linux è apparentemente escluso: sul fronte desktop, Linux è talmente frammentato in una miriade di progetti e distribuzioni in perenne guerra tra di loro che a parlarne viene solo da piangere. Sul fronte “mobile” il pezzo da novanta è Android, che ormai la fa da padrone in termini assoluti, anche contro iOS; Android è Linux, ma non ha una controparte desktop. Ed è malvisto dalla comunità opensource perché non è abbastanza libero, non è abbastanza “open”, le solite cose. Così ha provato a dire la sua Canonical, l’azienda del miliardario Mark Shuttleworth che sta dietro Ubuntu, una distribuzione Linux “per tutti” particolarmente diffusa ed apprezzata (con buone ragioni). Ubuntu, rispetto ai più blasonati concorrenti, ha scelto un approccio molto più coraggioso, molto più radicale. Se è vero, come ormai tutti dicono da anni, che uno smartphone o un tablet altro non sono che dei normali computer con una forma e una trasportabilità diversa rispetto ad un desktop o ad un laptop tradizionali, perché bisogna artificiosamente mantenere una distinzione tra l’informatica tradizionale e quella “mobile” imponendo sistemi operativi diversi (come per OSX e iOS), o versioni diverse dello stesso sistema operativo che poi devono essere fatte “parlare” e mantenute sincronizzate (come con Windows 8)? Perché non proporre invece lo stesso sistema operativo su tutti i tipi di dispositivi? Certo, un utente che ha di fronte un bel monitor grande, una tastiera ed un mouse sarà portato ad interagire col “computer” in maniera sostanzialmente differente rispetto ad un utente che tiene in mano un telefono od un tablet. L’utente in questione, che poi potrebbe essere lo stesso, potrebbe spontaneamente utilizzare certe applicazioni solo in una delle due modalità, ma altre (come un browser o un programma di posta) in entrambe. E non c’è ragione per cui debba preoccuparsi di avere per le mani due sistemi operativi diversi, con l’aggravio di lavoro che questo comporta. Ecco perché Ubuntu si propone, già a partire dalla versione disponibile nella primavera del 2014, come un unico sistema operativo, funzionante sia su PC che su smartphone e tablet, semplicemente con due interfacce utente diverse, una desktop e una touch, selezionate sulla base del contesto. Se l’utente userà ad esempio un complicato programma professionale, con finestre multiple e con l’esigenza di un input di precisione, si troverà in un contesto “desktop” con tanto di tastiera e mouse; potrà però usare il suo browser internet o il suo programma di posta preferito indifferentemente sia in modalità desktop, con un’interfaccia utente a finestre che richiede una tastiera e un mouse, che in modalità touch, con un’interfaccia utente adatta alle “gesture” e ai tocchi delle dita. E potrà fare tutto questo non soltanto usando lo stesso sistema operativo; non soltanto usando gli stessi programmi. Ma usando lo stesso dispositivo. Questo, per lo meno, avrebbe dovuto essere l’Ubuntu Edge: uno smartphone con caratteristiche tali da poter rimpiazzare, per potenza, RAM e storage, per lo meno un laptop, a patto di collegarlo ad un monitor esterno, ad una tastiera e ad un mouse. L’Ubuntu Edge sarebbe stato il dispositivo pilota per dimostrare la peculiarità, l’innovatività, il coraggio di questa visione di Ubuntu.

Ma l’Ubuntu Edge non si farà. Come dicevamo, lo si sapeva fin dall’inizio. Eppure, non è stato tempo perso, non è stata fatica sprecata. Perché Canonical sa benissimo che proporre oggi un sistema operativo per smarpthone e tablet, con un mercato dominato da due protagonisti molto consolidati e agguerriti, è un’impresa disperata (Microsoft, con tutto il suo peso e la sua forza, è relegata in un angolo, e RIM col suo BlackBerry è ormai praticamente scomparsa). Se non hai alle spalle qualche costruttore di telefoni o qualche operatore telefonico che dimostra interesse, che spinge il tuo sistema operativo, preinstallandolo nei suoi modelli di punta, non hai speranza: gli appassionati che comprano un terminale, lo “sbloccano” e poi ci installano un qualche sistema operativo alternativo più o meno sperimentale sono pochi, e non è con loro che si fanno né i numeri, né i soldi. Ecco perché Canonical non ha buttato via il suo tempo e la sua fatica, con l’Edge: lo smartphone non si farà mai, ma la sottoscrizione pubblica ha battuto ogni record del genere, Canonical ha dimostrato che c’è un interesse dietro un prodotto di questo tipo, dietro un simile approccio al computing; nulla di tutto ciò può più essere trascurato. Nelle speranze di Canonical c’è l’idea che qualche pezzo grosso dei produttori di smartphone e degli operatori telefonici nei più importanti mercati mondiali si faccia coraggio e proponga, da qui ad un anno o anche meno, qualche modello non già con Android, scelta sicura ma che offre poche possibilità di distinguersi, né con Windows 8, scelta alternativa che a livello di mercato oggi non sembra pagare più di tanto, ma con Ubuntu, sistema innovativo, che non ha bisogno di “integrarsi” con i PC tradizionali, perché il sistema operativo, lo smartphone o il tablet che lo fanno “girare”, sono anche dei PC tradizionali.

Non sappiamo se questo approccio risulterà vincente o se invece sarà troppo in anticipo sui tempi e a trarne beneficio sarà qualcun altro, solo tra qualche anno. Ma ci voleva un Mark Shuttleworth che, libero dai vincoli del mercato e degli azionisti, e dotato evidentemente di molti soldi da spendere, avesse il coraggio di gettare il cuore oltre l’ostacolo, urlare ciò che gli altri non sono ancora riusciti a dire: che uno smartphone, o un tablet, sono una vera rivoluzione se anziché essere delle versioni evolute di un televisore portatile con cui consumare il più rapidamente possibile contenuti sempre più volatili e a basso costo, possono essere usati come un’estensione del nostro cervello, della nostra creatività, del nostro pensiero, della nostra immaginazione. Come i PC. Più dei PC, perché non siamo costretti a tenerli relegati su una scrivania o tenuti al guinzaglio attaccati ad una presa di corrente.

Autori: Marco Coïsson

Marco Coïsson è laureato in Fisica, presso l'Università di Torino, ed è ricercatore presso l'INRIM, dove si occupa di materiali magnetici innovativi. Appassionato di scienza e tecnologia, di moto e di fotografia.