Il prezzo di “gratis”

Con una mossa tutto sommato inattesa, Apple ha rilasciato l’ultima versione di OS X, la 10.9, al mica tanto simbolico prezzo di 0 €: gratis. In precedenza, l’unico aggiornamento ad essere rilasciato al medesimo prezzo era stato quello dalla versione 10.0 alla 10.1, sostanzialmente per rispondere alle critiche (fondate) di coloro che avevano pagato non poco per la prima versione, che si era rivelata sostanzialmente un bidone una beta pubblica a pagamento. È pur vero che negli ultimi anni il prezzo di OS X è andato progressivamente diminuendo, ma per lo più non ci si attendeva che esso potesse scendere a zero.

Tolto Linux, di cui parleremo tra poco, e che è sempre stato gratuito, di recente anche Microsoft ha aggiornato Windows alla versione 8.1 senza richiedere il pagamento dell’obolo, per lo meno a coloro che già possedevano regolarmente la versione 8.0. Anche in questo caso, com’era stato per OS X 10.1, la scelta è stata dettata prevalentemente da ragioni di immagine, considerato che Windows 8 non è stato accolto particolarmente bene. Tuttavia, è difficile credere che Apple abbia scelto di offrire gratuitamente Mavericks per fare concorrenza a Microsoft. Né tantomeno a Linux, considerato che il sistema del Pinguino, almeno nel mondo “desktop” (ovvero i desktop classici, ma anche portatili, netbook e ultrabook), è numericamente irrisorio. La scelta di Apple è probabilmente legata ad altro.

Ora io non sono nella testa di Tim Cook, non sono un esperto di mercato né di predizioni economiche, e se volete sapere come stanno veramente le cose chiedetelo a qualche guru ma di certo non a me. Tuttavia, sono un utente di computer, ne faccio un uso molto intenso anche perché lo richiede il mio remuneratissimo lavoro, e non posso esimermi dal chiedermi il perché di questa scelta e soprattutto che conseguenze avrà su di me. A parte la conseguenza più ovvia di farmi risparmiare qualche decina di euro qualora volessi fare l’aggiornamento. Per cercare di dare qualche risposta, può essere utile esaminare il caso di Linux, che da sempre è gratuito.

Dicevamo che Linux nel mondo “desktop” è sostanzialmente inesistente, relegato ai PC di qualche entusiasta e di coloro che hanno ben specifiche esigenze professionali. Annoveratemi pure tra questi. Nel mondo “server” è tutta un’altra storia, non sono un esperto ma credo che esso rappresenti il punto di riferimento. Lasciamo perdere il mondo “mobile” (Android), perché qui stiamo parlando di PC “tradizionali” e di sistemi operativi “tradizionali”, se e quanto nei prossimi anni questa distinzione andrà esaurendosi non è oggetto della discussione corrente.

Dicevamo di Linux: considerato che Apple ha abbandonato il mondo server quasi tre anni fa, e che nel mondo desktop Linux è praticamente una curiosità, forse Apple farebbe bene a comportarsi in maniera diametralmente opposta rispetto al sistema del Pinguino. E in effetti così sta facendo. Questa è sicuramente una buona idea per le sue casse, per le tasche degli azionisti, e senz’altro per la grande maggioranza dei suoi utenti. Ma è veramente così per tutti?

La ragione per cui al mondo esistono personaggi non invasati, che scelgono di usare Linux sui loro computer desktop o portatili per svolgere il loro lavoro, non è legata al prezzo, né alla masochistica passione di dover sempre e comunque trovare qualche magagna risolta millenni fa da OS X o da Windows che richieda un qualche arcano rito voodoo tramite la riga di comando. La ragione è che Linux, persino più di Windows e molto più di OS X, dà certezze. Sul server che amministro, niente di speciale, solo il necessario per tenere su un paio di siti importanti per il mio lavoro che richiedono altrettanti CMS, ma anche sui PC e macchine virtuali che uso intensamente per il mio lavoro di ricercatore scientifico, la scelta di Linux non ha nulla a che fare col prezzo: l’importanza dell’attività svolta è tale che non sono certo poche decine di euro, fossero anche 100 o 200 € di licenze ogni 4 o 5 anni, a fare la differenza. Linux, però, dà delle garanzie di durata: se scelgo accuratamente la distribuzione, e all’interno di essa la versione, so esattamente per quanto tempo sarà supportata. Il che vuol dire che, per tutto quel tempo, che spesso sono anche molti anni, posso contare con certezza su bugfix e aggiornamenti di sicurezza, per il kernel, per le librerie dello user space, per le componenti di sistema, per le principali applicazioni. È una garanzia enorme, una rete di salvataggio formidabile, un sostegno enorme alla mia attività, poiché so che posso contare sul sistema al quale mi appoggio. Posso farlo addirittura gratuitamente, ma coloro che hanno esigenze ben più complesse (o economicamente rilevanti) delle mie sanno che possono contarci ancora di più rivolgendosi ad un qualche distributore Linux che fa del supporto il proprio mestiere: RedHat, Oracle, persino Canonical. Se voglio, anche Windows, seppur in forma diversa, offre garanzie di questo tipo: ogni versione di Windows si sa per quanto tempo sarà supportata, come e in che forma.

OS X è sempre stato una storia a sé. La “tradizione”, mai formalizzata e che ha probabilmente avuto le sue eccezioni, vuole che Apple abbia sempre “supportato” la versione corrente e quella immediatamente precedente. Sì, ma quanto durerà la versione corrente? Tra quanto tempo uscirà la versione nuova? Ed è vero che la versione precedente sarà supportata? Per dire: qualcuno sa affermare quando uscirà OS X 10.10? O se la versione 10.8 sia ancora supportata? E in che forma? Non per sentito dire, ma tramite documenti ufficiali. Perché una LTS di Ubuntu, la qualunque versione di RHEL, o una longterm stable release del kernel di Linux so esattamente per quanto tempo saranno supportate (talvolta addirittura da chi), e quando usciranno versioni nuove. Tutto questo con OS X non avviene. Non è mai avvenuto.

È chiaro che per Apple si tratta di una scelta strategica diversa: se la tua utenza non ha di queste esigenze, puoi offrire loro un aggiornamento gratuito di OS X come fai con iOS: tutti o quasi aggiorneranno molto in fretta, la tua base di utenti sarà sostanzialmente concentrata interamente sull’ultima versione del sistema operativo in poco tempo, così potrai avere un solo target di cui occuparti, offrire a tutti le stesse cose, dire agli sviluppatori del tuo ecosistema che possono concentrarsi solo sulle cose nuove e accattivanti e “cool”, e mettere su un proficuo ed efficacissimo modello di business. Niente di male, intendiamoci. Ma non è necessariamente ciò di cui tutti hanno bisogno.

Offrire OS X gratis, per Apple, ha delle ragioni molto diverse da quelle che portano altri ad offrire Linux allo stesso prezzo. Né Apple, né i vari Red Hat o Oracle ci rimettono dei soldi: ciò che viene dato gratuitamente a noi utenti ha un prezzo, che non è mai zero. Bisogna solo esserne consapevoli, e decidere sotto che forma lo si vuole pagare.

Autori: Marco Coïsson

Marco Coïsson è laureato in Fisica, presso l'Università di Torino, ed è ricercatore presso l'INRIM, dove si occupa di materiali magnetici innovativi. Appassionato di scienza e tecnologia, di moto e di fotografia.

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