Life on iPad – Quello che manca

Sulle pagine di Tevac, poco più di un mese fa, Nicola Losito portava alla nostra attenzione una pagina del sito di Apple, come al solito molto ben curata, che mostra alcuni ambiti decisamente poco comuni in cui l’iPad avrebbe rappresentato un vero punto di svolta, una specie di piccola rivoluzione nel modo in cui certi professionisti hanno potuto affrontare il loro lavoro. Ora è evidente che i sei casi citati da Apple sono scelti ad arte, e a ben vedere non sappiamo nemmeno se siano reali oppure no. Si tratta di pubblicità, non ce lo dobbiamo mai dimenticare. Tuttavia, possiamo provare a riflettere se l’iPad, e i tablet in generale (quindi anche quelli Android e Windows), abbiano veramente influenzato significativamente il modo di lavorare, per lo meno in certe professioni, e se manchi qualche cosa perché la rivoluzione si possa effettivamente completare. Con esiti forse imprevedibili.

Naturalmente, questa premessa è eccessivamente ambiziosa. Non ho la competenza per parlare di qualsiasi ambito professionale esistente al mondo, posso a malapena parlare del mio. Né ho compiuto ricerche adeguate per compilare una casistica non dico completa, ma per lo meno rappresentativa. Ma nemmeno la pagina “Life on iPad” del sito di Apple è rappresentativa, se è solo per questo. Né è dotata di fondamento scientifico. Cerchiamo quindi di usare un po’ di buon senso, poi ognuno potrà trasferire le proprie riflessioni al proprio ambito personale. Inoltre, lasciamo volutamente al di fuori delle nostre riflessioni gli aspetti legati all’uso di iPad e tablet nelle attività non lavorative, quindi in quelle ludiche, casalinghe o di passatempo.

Sul suo sito, Apple insiste essenzialmente su due aspetti che sarebbero rimasti fortemente influenzati dalla disponibilità dell’iPad: la possibilità di accedere a una vasta collezione di dati e informazioni, anche multimediali, usando un unico dispositivo piccolo, leggero e portatile; e la possibilità di elaborare tali dati e informazioni in tempo sostanzialmente reale usando app di vario genere, anche appositamente realizzate. Entrambi gli aspetti sono significativi, e anche assumendo che tutto ciò che viene riportato sul sito di Apple sia veritiero, è difficile trovare seri argomenti per confutare quanto vi viene affermato. Ci sono però dei grossi caveat che riguardano entrambi gli aspetti, e sui quali varrebbe la pena insistere per un istante.

Accesso a dati e informazioni. Con un tablet potete sicuramente stipare in un unico dispositivo una gran quantità di risorse che, precedentemente, andavano trasportate sotto forma di carta, videocassette, CD, fotografie e chissà che altro. Giusto per non uscire troppo dal seminato, nel mio mestiere il solo fatto di poter mantenere, su un tablet, una ricca bibliografia di articoli, testi, pubblicazioni, presentazioni, filmati, animazioni, simulazioni, ecc. rappresenta una comodità impressionante e a cui è difficile rinunciare. Al di là della difficoltà di catalogare questa mole di dati (dell’impossibilità di accedere al filesystem e di organizzare i documenti a proprio piacimento abbiamo già parlato), il vero problema è costituito da come ottenerli. Tutti gli scenari che vengono mostrati partono dal presupposto che i dati che servono siano stati immagazzinati sull’iPad in precedenzain qualche modo. Modo che in genere è macchinoso (sincronizzazioni, passaggio da qualche servizio di storage remoto), e che richiede tempo e pianificazione. A parte l’acquisizione di foto e filmati direttamente con la fotocamera dell’iPad (che non fa certo tremare i muri), qualsiasi altra forma di input di dati è sostanzialmente preclusa.

Volete acquisire foto dal CCD di un microscopio? Scordatevelo: l’iPad non accetta input A/V da fonti esterne. Volete iniziare ad esaminare al volo qualche foto presa con un microscopio elettronico? Ecco, preparatevi ad una lunga sessione di sincronizzazione. Perché, se non lo sapete, possono essere anche alcuni GB di immagini per volta. E non è che passare dalla rete sia così comodo. Ma tanto non potete prendere file da una pennetta USB, quindi… Volete acquisire un segnale elettrico, ad esempio una tensione, per fare un po’ di data logging al volo, senza troppe pretese, tanto per iniziare a capirci qualche cosa sul campo quando, tanto per cambiare, c’è qualche roba che non funziona? Ah, no: un maledetto bus GPIO non c’è, non sia mai.

Sì, insomma. “Accesso ai dati” è un’espressione un po’ pretenziosa. Bisogna mettersi d’accordo sulla definizione di “accesso” e di “dati”.

Elaborazione di dati e informazioni. Anche ammesso di averli, questi fantomatici dati, la loro elaborazione è un’altra bella grana che non è tanto facile sbrogliare con l’uso di un iPad. Fa bene Apple a insistere, sul suo sito, sul fatto che questi eminenti professionisti hanno fatto sviluppare app ad hoc per risolvere i loro problemi specifici, e fare un salto di qualità. Ottimo. E lodevole. Ma anche costoso. Quanti hanno le risorse per affidare ad uno sviluppatore professionista, o più probabilmente ad un’intera software house (oggi servono i talenti di programmatori, designer, grafici e quant’altro per un prodotto software moderno e di qualità), l’elaborazione di un applicativo specifico per le loro particolarissime esigenze?

A parte la già sottolineata difficoltà ad accedere ai dati (non puoi decidere dove metterli, come organizzarli, come spostarli, mentre il sandboxing tra le varie applicazioni rende cervellotica qualunque operazione di condivisione dello stesso file tra due o più app), che te ne fai di raccogliere sul tuo iPad foto prese da un microscopio ottico, o elettronico, o a scansione di sonda, se poi non hai strumenti per effettuare su di esse anche le sole operazioni più banali, o addirittura non riesci nemmeno ad aprirle? A che ti serve fare acquisizione dati sul tuo iPad se non hai la libertà di creare e catalogare i tuoi file di testo come meglio credi, e non disponi dei tool necessari per elaborarli, filtrarli, rivoltarli come un calzino, e produrre il necessario output? Un iPad ha potenza di calcolo sufficiente per far girare python e una vagonata di librerie, ma non ha la possibilità di accedere liberamente ai file. È come avere una Ferrari sulla griglia di partenza al Gran Premio, ma non avere la benzina. Non è solo frustrante. È stupido.

Così ci ritroviamo per le mani una rivoluzione incompiuta: un tablet quadratico medio ha in sé tanta potenza di calcolo e di immagazzinamento dati quanta ne aveva un portatile di appena qualche anno fa, ma con ingombri, peso e autonomia nemmeno lontanamente paragonabili. Per una marea di applicazioni, anche professionali, tutto questo sarebbe più che sufficiente, e permetterebbe di relegare al portatile (o al desktop, per quei pochi nostalgici che ancora ne vogliono uno) quei soli compiti che per impegno, mole di dati, tempo di elaborazione, necessità di multitasking o di IPC, o banalmente praticità (una tastiera e un mouse possono essere molto più comodi di uno schermo touch, in certe circostanze) non possono prescindere da una tecnologia informatica più “tradizionale”. Ma malgrado questa potenza di calcolo e di immagazzinamento dati, il tablet quadratico medio è poco più che un visualizzatore di contenuti, appartenenti a poche categorie ben definite (pdf, foto, musica, filmati, poco altro), rigidamente suddivisi in compartimenti stagni tra le app deputate a gestirli, virtualmente impossibilitato a compiere quel miracolo che invece è alla portata di qualunque PC da decenni (un tocco di un comando, e diecimila file dai formati più vari e disparati ed organizzati in 16 cartelle differenti vengono analizzati ed elaborati automaticamente producendo 400 file txt, 6 report, una dozzina di grafici e un’email riassuntiva).

Bella, la pagina “Life on iPad” del sito di Apple. Bella, come tutte le favole.

E così si torna, mutatis mutandis, alla solita vecchia contrapposizione tra differenti modi di fare che da sempre scatena interminabili diatribe nel mondo dell’informatica. Che cosa è semplice? Che cosa è produttivo? Che cosa è potente? Che cosa è alla portata di tutti? Meglio l’iPad, che può usare la nonna, o Arduino, che richiede un saldatore e un banco da lavoro?

E se invece per una volta ci ricordassimo di essere entrati nel XXI secolo e la piantassimo di ragionare come se fossimo ancora negli anni ’80 del secolo scorso? Se per una volta immaginassimo una tecnologia veramente al nostro servizio e non al servizio di una qualche multinazionale e a quello dei suoi sodali che ci vendono giochini, musica, abbonamenti e cazzate varie al magico tocco di un ditino su uno schermo fin troppo brillante e luminoso? Se per una volta pensassimo ad un sistema economico in cui c’è chi fa soldi vendendo un tablet e relativo OS, ma si può anche creare un ecosistema distribuito sul territorio, che dà lavoro a persone brillanti e intraprendenti, che possano usare la tecnologia aperta offerta da detto tablet per realizzare soluzioni collaborative, open source, ritagliate su misura del cliente, anche di quello “normale” e non milionario, e delle sue esigenze specifiche? Magari di un professionista? Magari di un laboratorio? O di una scuola? O di un artigiano? Senza che per usare detto tablet la nonna debba prendere un PhD? E senza che per usare il bus GPIO del tablet si debbano pagare licenze alla multinazionale di turno? Magari usando per una volta la tecnologia per quello che è, ovvero uno strumento, e non per quello che vogliono che diventi, ovvero una prigione da cui non solo non puoi uscire, ma per restare dentro la quale devi pure pagare?

Anche questa è una favola. Bella, come tutte le favole. C’è stata un’epoca in cui in un garage polveroso, in un capannone al bordo di una strada sperduta nel mezzo del nulla, dei giovani di talento hanno riso della mancanza di visione dei loro genitori, e hanno rivoluzionato il mondo. Ora quel mondo rivoluzionato è qui. Della rivoluzione non ha più niente. Sono rimaste le multinazionali, la crisi economica, la disoccupazione, una dipendenza da una tecnologia che sempre meno gente è capace di comprendere, l’incertezza per il futuro. Forse è giunto il momento di ridere della mancanza di visione dei Jobs, dei Zuckerberg, dei Page, dei Dorsey. E di tornare a pensare a noi, e al mondo che vorremmo.

Autori: Marco Coïsson

Marco Coïsson è laureato in Fisica, presso l'Università di Torino, ed è ricercatore presso l'INRIM, dove si occupa di materiali magnetici innovativi. Appassionato di scienza e tecnologia, di moto e di fotografia.