Distinguersi. A ogni costo

Gli utenti Mac ne hanno sempre fatto un punto d’onore: sceglievano il sistema della Mela perché funzionava bene, perché non dava problemi, perché era il migliore per le loro esigenze personali o professionali. E poi, diciamocelo, ammiccava al desiderio di ognuno di noi di sentirsi speciale, di distinguersi. Di sentirsi (si può dire?) migliore. A tanto può arrivare un marketing sapiente.

Ma se ci sono stati anni in cui effettivamente il Mac, che pure di problemi ne ha sempre avuti tanti, era oggettivamente più stabile della concorrenza, più facile da configurare e da usare, meno soggetto a magagne e grattacapi, negli ultimi tempi tanto Windows quanto Linux hanno fatto passi da gigante. È dai tempi di Windows 7 che il sistema di Redmond è veloce e stabile, si aggiorna senza patemi, affronta senza difficoltà installazione e rimozione di programmi, e uptime di settimane se non mesi. Non è da meno il sistema del Pinguino, che sul mio netbook viene aggiornato ogni sei mesi dal lontano aprile 2010, che ormai supporta senza difficoltà WiFi e bluetooth, solo con qualche ritardo ancora sulle schede grafiche più recenti e (cosa più fastidiosa) nella gestione dello standby sui portatili appena usciti.

Così, OS X deve continuare a distinguersi. Perché ormai tutti i principali sistemi operativi per PC funzionano; tutti danno zero o quasi zero grattacapi; tutti sono graficamente accattivanti; tutti offrono una qualche integrazione con smartphone e tablet; tutti, diciamocelo, permettono di fare più o meno tutto, e non ci sono più vere ragioni per preferire un sistema ad un altro.

La mossa di Apple per tornare a distinguersi nel mondo PC è Yosemite. Dopo un’attesa di qualche settimana per lasciar stabilizzare un po’ la nuova versione, decido che le vacanze di fine anno e un’influenza noiosa sono una buona scusa per far fare un giro a OS X 10.10. Backup avviabile su disco esterno, tanto per stare sicuri e poter tornare indietro qualora le cose andassero male, e si procede con l’upgrade, su un MacBook Air 13″ di metà 2012. Che sarà anche antidiluviano, secondo le demenziali leggi del mercato, ma sapete com’è, fabbricare un portatile è una cosa meno banale di quanto si pensi.

L’upgrade è online, ma questo lo fanno anche Windows e Linux; no, non c’è differenza. L’upgrade è gratuito, ma questo lo fa anche Linux (e in certe circostanze anche Windows); no, non c’è differenza. L’upgrade riesce bene, ma questo lo fanno anche Windows e Linux; no, non c’è differenza. Al riavvio, il sistema ci mette pochi secondi a partire; ma questo lo fanno anche Windows (8 secondi su un portatile Asus con processore i3 e hard disk meccanico) e Linux (9 secondi sul mio EeePC con un Atom di prima generazione e una SSD); no, non c’è differenza. Al riavvio, tutto è cambiato, graficamente, di modo che tutto resti come prima, e mai come adesso i tre sistemi si assomigliano da matti l’uno con l’altro; no, non c’è differenza.

Ma Yosemite si distingue, eccome se si distingue. Deve distinguersi. Ad ogni costo. Perché appena riavviato, una cosa ti salta subito all’occhio: la velocità. Sembra di essere tornati ai tempi di MacOS X 10.0. Un bradipo con un’unghia incarnita che nuota nella melassa. Una pena. Ma ecco la trovata geniale: eliminare gli effetti di trasparenza. Ora Yosemite assomiglia molto a Mavericks, ma va anche veloce (quasi) quanto Mavericks.

Però non basta una cosetta come questa, per distinguersi. No. Meglio abbondare. E infatti c’è un’altra bella chicca. Mail non invia più le email. Troppo forte! Ci sono vari modi per cercare di ovviare al problema, compreso disabilitare l’autenticazione sicura al server di invio (tanto, chi mai potrebbe usare il nostro account per mandare spam in giro per l’orbe?), ma nel mio caso l’arcano è consistito nel cancellare l’intera cartella com.apple.mail da dentro ~/Library/Containers/. Naturalmente ho dovuto anche ricreare un po’ di impostazioni di Mail, tanto per passare un po’ di tempo in allegria.

Ma anche questo non basta, per distinguersi! One more thing, si diceva una volta. Ed ecco che Spotlight non funziona più! Beh, non è che si possa pretendere l’impossibile, Spotlight risale al 2005, ai tempi di Tiger, non è una tecnologia matura, è ancora avveniristica. Ma, per fortuna, noi utenti Apple ci distinguiamo. Due bei colpi di Terminale, e anche Spotlight torna nel suo amato splendore.

Sono molto fiero, di essermi distinto da tutti gli altri. Di aver aggiornato ad un sistema che assomiglia agli altri, ma richiede di passare mezza giornata a risolvere magagne. Di usare un sistema che non è per tutti, ma solo per chi ha le palle. Di dover fare magici riti voodoo solo per mandare un’email o cercare un file.

Così fiero, che non penso proprio che lo rifarò. Ad ogni costo.

Autori: Marco Coïsson

Marco Coïsson è laureato in Fisica, presso l'Università di Torino, ed è ricercatore presso l'INRIM, dove si occupa di materiali magnetici innovativi. Appassionato di scienza e tecnologia, di moto e di fotografia.

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